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Cibo e bambini: «Non mi piace, non lo voglio!».

E' il rifiuto verso cibi che non si sono mai assaggiati, che molti bambini manifestano tra i 2 e i 5 anni. «Bisogna rispettare il rifiuto, ma insistere con dolcezza» spiega la psicologa Alda Cosola in questa intervista su OK Salute e Benessere

Cibo e bambini: «Non mi piace, non lo voglio!». E’ la neofobia alimentare
E' il rifiuto verso cibi che non si sono mai assaggiati, che molti bambini manifestano tra i 2 e i 5 anni. «Bisogna rispettare il rifiuto, ma insistere con dolcezza» spiega la psicologa Alda Cosola in questa intervista

«Non mi piace, non lo voglio!» Quante volte i genitori, o gli insegnanti, si sono sentiti rispondere così dai bambini di fronte a un cibo nuovo, o che fino a poco tempo prima era gradito.
Si chiama neofobia alimentare: ne spiega le origini e come affrontarla la psicologa e psicoterapeuta Alda Cosola, responsabile presso la Asl TO3 della struttura che si occupa di promozione della salute. È docente a incarico presso la facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino.

Che cosa è la neofobia alimentare, in particolare nei bambini?

Si tratta di una fobia nei confronti del nuovo, di ciò che non si conosce. È un rifiuto alimentare verso cibi che non si sono mai assaggiati o anche verso quelli che si sono sempre mangiati. È neofobico anche il bambino che mangia soltanto due o tre cibi. La neofobia alimentare insorge a partire dai due anni di vita ed è altalenante fino ai cinque. Dura fino al termine delle scuole elementari, ma i gusti si possono modificare per tutta la vita.
Questa fobia in realtà è nata come necessità, come un meccanismo di protezione che risale all’epoca primitiva, quando il bambino cominciando a camminare da solo, poteva mangiare bacche velenose o altri cibi pericolosi. Insomma, aveva a che fare con l’istinto di sopravvivenza.
Anche gli adulti possono soffrire di neofobia alimentare e questo disturbo si caratterizza con l’ostinazione a non voler assaggiare cibi che non si sa se piaceranno o meno, o a ordinare sempre lo stesso cibo dal menù.

Come si caratterizza? E perché lo ha definito altalenante?

Altalenante perché non segue una linea retta, ma l’atteggiamento di rifiuto può “andare e venire” nel corso degli anni. Si caratterizza perché questi rifiuti, spesso, appaiono quasi immotivati. Invece bisogna sapere che fanno parte di una fase della vita di grossa esplorazione e di affermazione di sé, necessaria alla crescita: posso dire di no, quindi mi affermo come individuo. Rifiutare, dunque, fa parte dell’esperienza che il bambino sta facendo per scoprire se stesso.

Quale atteggiamento devono adottare i genitori?

Prima di tutto i genitori devono capire che il fenomeno della neofobia alimentare è transitorio, non si devono spaventare né farsi prendere dal panico. Invece molti adulti lo vivono come definitivo e sovente sono portati a dire frasi come: «Mio figlio non mangia MAI il formaggio», per poi scoprire che a casa dell’amico il formaggio lo mangia. Quello che conta è che i genitori continuino a ripresentare i cibi salutari, con costanza e senza tensioni inutili.
Fino ai due anni il bambino mangia di tutto, quando subentra la fase della neofobia alimentare, invece, saranno le esperienze fuori dall’ambito famigliare che lo spingeranno a provare nuovi gusti, anche quelli che prima rifiutava. Questa è stata la conferma ottenuta grazie a un progetto sulla neofobia alimentare che ha visto somministrare un questionario a 600 bambini delle scuole elementari di Pinerolo, in provincia di Torino, prima validazione italiana del Questionario ideato dai ricercatori dell’Università di Toronto, in Canada, coordinati dalla professoressa Patricia Pliner. Le conclusioni a cui siamo giunti con questo studio, realizzato in collaborazione con i medici del Sian, ci hanno anche dato l’opportunità di concretizzare nuovi progetti all’interno delle scuole per l’educazione a una sana alimentazione.

E nella pratica?

Bisogna sempre proporre quegli alimenti che secondo noi sono salutari, il bambino deve fin da piccolo avere un buon esempio in casa, vedere i genitori che consumano frutta e verdura. E deve avere delle alternative, perchè se in casa ci sono soltanto merendine, non potrà mai scegliere la frutta. Lo stesso discorso vale per le mense scolastiche: i cibi più salutari, e di solito meno apprezzati come la verdura, dovrebbero essere proposti a inizio pranzo.
Bisogna rispettare il rifiuto, ma insistere con dolcezza; rispettare il suo desiderio di autonomia non significa chiedergli «Cosa vuoi per cena?» ma «Per cena preferisci le carote o i fagiolini?» Questa è la domanda corretta da fare, perché lo si mette davanti a una scelta, lui potrà decidere, ma entro un confine definito dall’adulto. Attraverso il cibo si educa anche alla vita, proporre cibi “diversi”, gusti particolari come l’amaro insegna al bambino che la vita non è solo dolce e un domani sarà più preparato a certi “bocconi” da mandare giù.

Per i bambini, la presentazione dei cibi può fare la differenza?

Senza dubbio. Si può e si deve giocare con il cibo, usare la fantasia è fondamentale per rendere più appetibili quegli alimenti che non sono tra i preferiti. La frittata? Perché non chiamarla “sole”, e il merluzzo “il pesce del mare del Nord”? Formare occhi con i piselli e fare la bocca con una fettina di peperone rende più allegri e invitanti le verdure. Il gioco permette di introdurre cibi di forme e colori diversi fondamentali dal punto di vista nutrizionale.
Il bambino deve essere sempre stimolato a cibi nuovi, a nuove esperienze, bisogna incuriosirlo, introdurre nel suo menù quotidiano la maggiore varietà di cibi. E poi è molto utile cucinare insieme ai bambini, visitare gli orti per scoprire come nascono e crescono frutta e verdura. Fargli vivere esperienze positive legate al buon cibo.

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